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Le
olive, dopo la raccolta, vengono sottoposte ad un ciclo di lavorazione,
attraverso il quale si compie la deamarizzazione, cui seguono il lavaggio e
successiva conservazione e fermentazione.
La
deamarizzazione ha lo scopo di idrolizzare e rendere solubile
l’oleuropeina, che è il principio amaro presente nelle olive. In
questa fase, l’oleuropeina viene scissa in glucosio, acido elenolico ed
idrossitirosolo, metaboliti che successivamente vengono allontanati
attraverso lavaggi con acqua .
Nella
fase di deamarizzazione, si utilizza
la soda in concentrazione variabile dall’1,50% al 3%, concentrazione
variabile in rapporto alla temperatura dell’ambiente,
varietà delle olive, stato di maturazione delle drupe ( le olive più mature
richiedono concentrazioni più basse). La soluzione sodica va impiegata alla
temperatura ambiente, in quanto la preparazione della soluzione comporta un
forte sviluppo di calore e, se viene usata calda, può causare la spellatura
dei frutti con danni irreparabili.
Le
olive vanno immerse completamente nella soluzione sodica, in quanto
all’aria annerirebbero rapidamente, subendo tra l’altro, una
deamarizzazione incompleta. Per favorire l’immersione delle olive si
utilizzano dei premi–frutti per tenere le olive immerse nella soluzione;
nelle preparazioni casalinghe sono rappresentati da stracci ben puliti o
assi di legno. In questa fase, sarà utile rimescolare periodicamente la
soluzione, due o tre volte, per omogeneizzare la concentrazione evitando, la
stratificazione della soluzione medesima.
La
deamarizzazione può dirsi conclusa quando la soluzione è penetrata nel
mesocarpo delle drupe per i 2/3 o
3/4 della polpa ( per olive che debbono essere conservate per un periodo
abbastanza lungo), o fino a raggiungere appena il nocciolo (per olive
che vengono consumate subito).
Per
valutare la penetrazione della soda nella polpa delle olive, si prelevano 5
o 6 frutti e si pratica su di essi un taglio longitudinale della polpa, fino
a toccare il nocciolo; immediatamente all’aria, la parte di polpa
interessata dalla soda si ossida e risulta più scura, mentre quella non
ancora permeata dalla soluzione alcalina, resta di colore verde –
giallognolo (una migliore visualizzazione si consegue con l’aggiunta di
alcune gocce di fenolftaleina sul taglio della polpa; dove la soda è
penetrata si osserva una colorazione rossa intensa).
In
genere, la durata del trattamento varia da 8 a 12 ore, in dipendenza della
concentrazione della soluzione, della temperatura, del grado di maturazione
delle olive, dal rapporto olive/soluzione sodica ed in funzione alle
tecniche colturali. L’attacco dei tessuti da parte della soda avviene come
segue: la prima fase di penetrazione è più lenta in quanto deve superare
lo strato ceroso epicuticulare del frutto, successivamente la soluzione
permea il mesocarpo più facilmente, causando una certa disorganizzazione
dei tessuti e conseguente diminuzione della consistenza della polpa, in virtù
dell’idrolisi a carico delle pectine localizzate nella lamella mediana
della parete cellulare. Tali effetti sono tanto più evidenti quanto più
alta è la concentrazione della soda utilizzata, tant’è che si può
incorrere anche nell’ammollimento delle olive, che facilmente sfaldano la
polpa.
La
soda che penetra nella polpa, oltre all’idrolizzazione del principio amaro
oleuropeina, alla disorganizzazione cellulare ed alla idrolisi delle
pectine, produce una notevole diminuzione di nutrienti specie a carico dello
zucchero (importante nella fase successiva della fermentazione), proteine,
sali minerali ed acidi organici, componenti quest’ultimi responsabili
della qualità nutrizionale ed organolettica. Il fenomeno può inoltre
influire sul potere tampone della futura salamoia, per forte depauperamento
di acidi e sali minerali.
E’
evidente che il miglior trattamento deamarizzante si ottiene utilizzando una
sola varietà con maturazione omogenea e portando in soluzione sodica olive
aventi calibro piuttosto uniforme (non inferiore a 14-15 mm come diametro
equatoriale).
Una
volta eseguita la deamarizzazione, l’operazione successiva è quella del lavaggio delle
olive con acqua. I lavaggi svolgono alcune particolari funzioni, quali:
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asportare la quasi totalità della soda;
-
eliminare il sapore amaro dei frutti;
-
ridurre l’eccessiva perdita di alcuni costituenti solubili del frutto;
-
non alterare il potere tampone.
I
lavaggi delle olive possono essere lunghi, medi o brevi; se lunghi,
vengono praticati in 4-5 o più giorni, con cambio dell’acqua 2-3 volte al
giorno, se medi prevedono da 2 a 5 lavaggi nell’arco di 1-2 giorni, sono
invece brevi quando si effettua un solo lavaggio per cui parte della
soluzione sodica residua nei frutti.
In
ogni caso, durante le operazioni di lavaggio, bisogna evitare
l’esposizione dei frutti all’aria per non incorrere in dannosi
imbrunimenti delle olive ed una volta eseguito il lavaggio, il più
rapidamente possibile, le olive devono essere reimmerse nell’acqua.
Generalmente i lavaggi vengono eseguiti nel seguente modo:
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un
lavaggio energico dei frutti con doccia della durata di circa 15-20 minuti,
per allontanare la soda aderente sulla superficie delle olive;
-
un
successivo lavaggio dopo 2-3 ore;
-
altri
lavaggi, 3 o 4 nei seguenti 1-2 giorni, secondo la tecnica dei lavaggi
lunghi.
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Quando
si effettuano lavaggi di lunga durata, fino a quando l’acqua non risulta
piuttosto limpida e chiara, si verifica una forte perdita del materiale
fermentescibile (anche del 70-80%), che influenza in modo determinante il
potere tampone della futura salamoia. Ciò infatti determina un rapido
abbassamento del pH della salamoia, in fase di fermentazione, una minore
attività metabolica dei batteri lattici che non consentono di raggiungere
quei valori di pH o di acidità tali, da consentire di raggiungere la
migliore conservabilità e qualità organolettica (è uno dei principali
motivi per i quali di sovente, le olive ascolane non si conservano per
periodi lunghi). A tale inconveniente si può in parte porre rimedio,
facendo ricorso all’aggiunta di zuccheri ed acidi alla salamoia.
Quando
i lavaggi sono di breve durata, le olive risultano ancora amare ed il pH
della salamoia in fermentazione si abbassa molto lentamente per il forte
potere tampone; in tale ambiente si possono sviluppare microrganismi
responsabili dei processi di alterazione.
Dopo
aver eseguito razionalmente i lavaggi, le olive vengono immerse in una
salamoia (NaCl), di concentrazione oscillante tra il 6 e l’8% per la
successiva fase di fermentazione e
conservazione. Il sale determina la fuoriuscita di una quota parte del
succo cellulare ricco di nutrienti indispensabili per i microrganismi,
favorisce lo sviluppo dei batteri lattici acidificanti, evita lo sviluppo
dei germi nocivi e contribuisce a migliorare il sapore e consistenza delle
olive.
Dopo
circa 10 giorni, si stabilisce un equilibrio salino tra le olive e la
salamoia; quest’ultima diminuisce la sua concentrazione anche del 50%
rispetto a quella iniziale, pertanto va riportata al 6-8% con periodiche
aggiunte di NaCl. Un
tempo, nella tradizione ascolana, la salamoia veniva sostituita con una
nuova, peggiorando così la fermentazione e conservazione delle olive a
causa dell’asportazione di una notevole quantità di nutrienti dei
microrganismi.
Il
processo fermentativo, grazie allo sviluppo di germi Gram-negativi (tipo
coliformi) e Gram-positivi (generi Bacillus Pedicoccus, Leuconostoc),
porta, nel giro di 5-6 giorni, ad abbassare il pH della salamoia da 8
a circa 5. Successivamente si sviluppano i batteri lattici e lieviti che,
nel tempo di due settimane, portano il pH della salamoia ad assestarsi
intorno a valori compresi tra 4 e 5. Nella successiva fase fermentativa, si
manifesta un massiccio sviluppo di lattobacilli, il più importante dei
quali è il Lactobacillus Plantarum, si verifica la scomparsa dei batteri
Gram-negativi ed il pH della salamoia si attesta intorno al valore di 4 ( il
tutto si manifesta in circa un mese ed è accompagnato da buon sviluppo di
acido lattico).
Il
controllo del processo fermentativo è importantissimo, poiché, in questa
fase, possono manifestarsi fermentazioni secondarie, operate da altri
microrganismi, con produzione di composti ad odore e sapore sgradevoli, a
scapito del raggiungimento dell’optimum qualitativo della produzione. In
questa fase, la temperatura, la concentrazione salina, la ricchezza di
nutrienti ed i microrganismi giocano un ruolo importante e determinante.Dopo
la fermentazione, si può passare al confezionamento con l’aggiunta anche
di aromatizzanti quali il Foeniculum Vulgare (finocchio bastardo).
Nell’antichità,
le famiglie ascolane deamarizzavano le olive con l’uso del ranno.
Questo si preparava mettendo in una tinozza, di legno una miscela resa
omogenea con poca acqua, costituita da una parte di calce in polvere e 4
parti di cenere di legna. Al fondo della tinozza, provvista di foro, veniva
messa della paglia, che costituiva un vero strato filtrante.Si versava poi
acqua dall’alto, lasciando che questa permeasse la miscela
fino a quando, dopo quasi dieci ore, dal foro di fondo iniziava ad
uscire la soluzione alcalina ( ranno);
ogni tanto, dalla parte superiore si ricolmava con acqua.
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Per
valutare se il ranno era al giusto grado di saturazione,
si immergeva in esso un uovo fresco; se esso galleggiava appena
(soluzione di circa 5 gradi Baumé), la soluzione era pronta per l’uso, se
l’uovo galleggiava scoperto per una buona parte, la soluzione era troppo
forte e si doveva provvedere alla diluizione. Le olive da deamarizzare,
venivano immerse nella soluzione e, coperte con un panno, vi rimanevano
dalle 9 alle 12 ore. Si
verificava se le olive erano “arrivate” con un taglio del mesocarpo (
grado di penetrazione della soluzione) e poi si operava il lavaggio con
acqua di fonte (per 10-15 giorni) fino a quando l’acqua non usciva
limpida. Dopo il lavaggio, le olive venivano conservate in salamoia al 4% di
cloruro di sodio ed aggiunte per l’aromatizzazione, di finocchio
selvatico (Foeniculum Vulgare), precedentemente seccato e raccolto al momento
della fioritura.
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Finocchio
Selvatico |
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